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Tutti gli mp3 e i video contenuti in questo blog sono stati trovati in rete, si tratta di materiale già precedentemente divulgato. Per informazioni o richieste scrivete a bia.hvid[at]gmail[dot]com

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Picture by mikeasaurus
Investo più di qualche riga su un argomento davvero molto inflazionato in questo periodo: l’augmented reality.
Ora, spiegare cosa sia l’augmented reality è la parte iniziale e più difficoltosa visto che è realizzata sotto forma di mille diverse applicazioni, però “mi viene in soccorso” il buon Wired che riporta nell’ultimo numero (come non avete comperato Wired di dicembre?) un pezzone di Bruce Sterling (digli niente).
Per fare il riassunto dei riassunti la realtà aumentata è la possibilità di interagire con degli elementi multisensoriali grazie - principalmente - ad un device che li contestualizza nell’ambiente in cui ci troviamo in tempo reale. Insomma è la realtà con qualcosa in più.
E qui si apre il cratere dei problemi collegati, visto che fra cosa è effettivamente possibile e alla portata di tutti e cosa è in fase di studio (o ancora lontano anni luce) ci sono molte controversie in base alle fonti e alle aspettative mirabolanti. E poi si apre il vaso di pandora su ‘quel qualcosa in più’ e quanto sia utile o invasivo alla realtà che esiste già.
In questo momento siamo sul picco di visibilità di questa tecnologia (ciò non vuole dire che sia già il momento di migliore sviluppo, sia in base alle regole dell’hype cycle delle tecnologie sia a quanto auspica il buon Sterling in merito ad un ambiente con parte aumentata attiva) ma l’inizio è stato dato dalle applicazioni soprattutto mobili (qui una lista redatta da Mashable) di utilità spicciola per ricreare una segnaletica in tempo reale, nota anche come visual search.
In questo il caso il livello di interazione a livello umano mi sembra alquanto relativo, sebbene risponda molto bene al bisogno di immediatezza delle ricerche (guarda caso proprio oggi esce la ricerca in tempo reale di google), ma esistono anche casi in cui l’interazione è ottimale.
Ad esempio quando si parla degli AR tools si aggiuge al device ‘puramente’ tecnologico qualcosa che (per ora) è fatto ancora di carta: un marker cioè un segno di riconoscimento che è punto di ‘nascita’ degli elementi aggiunti alla realtà circostante. La gamma di possibilità è infinita: l’ultima cosa vista dalla sottoscritta è questa pubblicità di un gioco per ragazzi della Play Station Portable, ma mi sembra che abbia come obiettivo fare impazzire i genitori, più che altro.
Lo stesso tipo di utilizzo dell’augmented reality (cioè con il riferimento di un marker) è stato però usato da advertising e stampa italiana e straniera. Il primo esempio che io ricordo è la pubblicità per la Mini Cabrio di circa un anno fa, e poi recentemente sul numero di ottobre di Wired per Audi e anche a livello editoriale da parte di Colors e Esquire.
Sull’argomento fra le varie opinioni devo fare riferimento a quella di Mark Porter pubblicata (più che altro letta dalla sottoscritta) su Internazionale a novembre.
Porter in particolare concretizza l’uso dell’AR come metodo per attirare lettori alla rivista e critica la decisione di far svolgere un ruolo tale ad un mezzo visuale nell’ambito dell’editoria. Io non sono assolutamente d’accordo, soprattutto perchè penso che Porter in questo caso si sia dimenticato quanto l’essere up-to-date e aggiornati da un punto di vista tecnologico rivesta un ruolo importante per qualsiasi media e in particolare come entrambe le riviste abbiano usufruito del device aggiuntivo in modo ludico per indirizzare in modo più diretto contenuti che altrimenti sarebbero (probabilmente) stati pubblicati in un videocast e non nella rivista stessa.
Giusto oggi ho letto questo ottimo post in tema e devo dire che la conclusione che unisce le ipotetiche visioni di applicabilità (indipendentemente dall’hype cycle) e gli auspici dei devoti è - secondo me - la valutazione del peso del digital divide.
Siamo pronti a percepire le differenze aggiunte alla realtà circostante e a valutarle nella loro positività?
Link utile: La realtà aumentata vista da Sorin Voicu
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Ottimo post che parla di tempo, music reviews, opinion leaders e rivoluzione dell’interestingness nel mercato musicale. Più di prima.
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Che i Vampire Weekend siano un ottimo gruppo, non serve che lo dica la sottoscritta. Nella review dell’anno scorso su Pitchfork l’eccitazione attorno all’uscita dell’album omonimo era davvero forte ed in effetti perfino Onda Rock (non mi vogliano male ma lo sappiamo che sono un pò diffidenti nei confronti del pop) nonostante pronostici riduttivi li ha benedetti definendoli “qualcosa di nuovo ed inaspettato”.
Particolare degno di nota per me anche l’attenzione squisitamente indie di riprendere l’idea del piano sequenza per il videoclip di Oxford Comma (se non lo ricordate lo trovate qui) ad opera di Richard Ayoade che ha diretto anche il videoclip di Vlad The Impaler (momento di silenzio per la grandissima idea e ambientazione di quel video) dei Kasabian.
Da Oxford Comma, Garth Jennings, che ha diretto il videoclip di Cousins, riporta la rotaia e agisce con un montaggio pieno di idee semplici ed efficaci ‘agitate’ nella lunghezza di un vicolo. I giochi di trasformazione fotografica nel video vanno davvero d’accordo con l’idea di inaspettato dei VW. La curiosità in aggiunta è che Jennings come Hammer & Tongs (cioè insieme a Nick Goldsmith che è un produttore) si è occupato nel 1999 del video fantastico di Right Here, Right Now per Fatboy Slim. Insomma (apparentemente) piccoli effetti speciali fanno videoclip davvero accattivanti!
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La capacità di ascoltare e rispondere è il nuovo ROI. In un’azienda moderna non può più mancare un “responsabile dell’ascolto”.
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“You invite things to happen. You open the door. You inhale. And if you inhale the chaos, you give the chaos, the chaos gives back.”
Ricordo di aver letto ‘L’opera struggente di un formidabile genio’ molto tempo fa, e ho deciso di acquistare e leggere quest’altro libro di Eggers con la speranza di riprovare un pò del mal di stomaco provato in precedenza.
Forse il blocco del lettore (se così si può chiamare) che ho avuto quest’anno ha messo del suo, però ho impiegato circa sei mesi per finire di leggerlo. Mi viene in mente che di solito si consigliano i romanzi di viaggio - e questo in molti e diversi sensi, lo è - per trovare nuovi percorsi. Questo racconto è un po’ un percorso in sè, ed è anche uno di quei libri (funziona così anche per alcuni pezzi musicali in realtà) che in un sacco di punti, smetti di leggere, ti guardi in giro e vedi cose.
Di Eggers mi piace davvero tanto l’ansia che mette nella narrazione, ho ritrovato la stessa sensazione in un libro letto qualche tempo fa: Indecision di Benjamin Kunkel. Ha anche la capacità di sviscerare le sensazioni e il pensiero, a mio parere, molto simile all’idea della beat generation.
In particolare c’è da impazzire tutte le volte (e non l’ho capito immediatamente) che il protagonista del libro parla da solo, per non parlare agli altri, perchè non se ne rende conto, perchè la mente e il corpo lo obbligano a guardarsi dentro o semplicemente perchè alcune cose è davvero inutile che le condivida con gli altri dato che non otterrebbe grande differenza negli effetti.
In alcuni passaggi la velocità del titolo del romanzo era nella associazione di idee e nella proporzionale profondità di dettagli dei mondi e delle situazioni e delle persone e in tutto. Veramente: in ogni cosa.
- “Hanno anche rallentato la luce. […] Alla velocità di una passeggiatina domenicale.”
- “Se combini il paradigma della fisica quantistica con l’idea della soggettività del tempo, sostanzialmente salta fuori che siamo vivi in mille posti nello stesso tempo, nel corso di un infinito presente.”
- “Noi arriviamo e creiamo cose che accadranno. Il quarto mondo è per metà pensiero e per metà fattuale. E’ un lavoro in corso.”
- “1. I pensieri sono fatti di acqua e l’acqua trova sempre una strada. 2. Se non potete aggirare l’acqua: correte.”
Text
“Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.”
Un paio di post interessanti in memoria dei vent’anni che sono trascorsi da quando è caduto il muro di Berlino:
- The Post-Berlin Aftermath: Many Walls Still Need to Be Brought Down
- People Power Brought Down the Berlin Wall
- 20th anniversary of the fall of the Berlin Wall
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